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Dissacrante

Da troppo tempo – e durante questo mondiale più che mai – c’è chi propone il ridondante paragone tra Diego Armando Maradona e Lionel Messi.

C’è chi si dimena, chi patteggia per l’uno o per l’altro, chi si applica a collezionarne gesta e statistiche, chi si lascia andare ad orgasmi emozionali durante le telecronache.

Per noi, quello tra Diego Armando Maradona e Lionel Messi, è un confronto irrispettoso nei confronti del Pibe de Oro.

Ma è anche un paragone che non svilisce l’attuale numero 10 dell’Argentina.

Un campione assoluto, Messi.

Forse, in maniera quasi indiscutibile, il talento più vivo dell’ultimo ventennio. Colui che, palla al piede, ha dribblato come birilli i suoi avversari, ha serpeggiato e tracciato traiettorie impensabili.

Colui che ha regalato magie a migliaia di appassionati.

E’ assurdo discutere Messi. E’ inconcepibile non riconoscergli i meriti. E’ ingiusto non elevarlo a miglior calciatore dell’ultimo ventennio.

Ma è irriverente l’accostamento a Diego Armando Maradona.

Per un motivo semplicissimo, banale, lapalissiano, invisibile solo a chi enuncia dimenticando per strada l’onestà intellettuale:

Diego non è solo un calciatore.

Diego non ha solo regalato magie balistiche.

Il margine di differenza potrebbe essere tracciato dalla semplice considerazione secondo cui Diego ha vinto giocando assieme a compagni il cui livello tecnico-tattico non sprizzavano di genialità; a differenza di un Messi che, invece, ha goduto delle gesta tecniche e atletiche di un Barcellona stratosferico e dominante per decenni.

Ma noi andiamo tanto oltre. E vediamo tanto altro.

Diego si è messo in sella al suo talento ed ha trascinato popoli martoriati al successo.

Ha dispensato forza e autostima ai suoi compagni di squadra, ha donato gioia alla città che ho adottato e alla sua nazione, una gioia negata, sottratta, una gioia spesso riservata esclusivamente ai salotti del calcio che contava.

Ha restituito dignità alla sua gente, Diego.

Diego è stato condottiero, inesauribile, incalzante, inarrestabile, indomabile, eterno.

Diego è stato sfacciato come tutti coloro che avrebbero voluto esserlo e non ne hanno mai avuto il coraggio.

Diego si è fatto carico delle esigenze di tutti ed ha sfidato ciò che nessuno aveva mai osato sfidare.

Diego era Davide che con la forza del suo estro ha domato e sconfitto Golia e la burbera arroganza dei poteri forti.

Stasera l’Argentina si gioca la conquista della finale di un mondiale che Lionel Messi desidera con tutto se stesso.

Una finale che, se vinta, lo porterebbe – secondo qualcuno – ad eguagliare le gesta del Pibe de Oro.

Guai se Messi credesse possibile una cosa del genere, significherebbe continuare a sopportare un peso enorme, forse limitante per i suoi stessi obiettivi.

Messi conquistasse la finale e la vinca, ne saremmo felici.

Perché abbiamo voglia di condividere quella che sarebbe la gioia di Diego.

Ma non parlateci di quel gradino. No, l’ultimo gradino no.

Diego è Diego. Inarrivabile.

Messi, mondiale conquistato o meno, lo troveremo nei libri che narrano il calcio che conta.

Diego, nei libri di storia.

About author

Guido Gaglione è docente di arte e immagine, operatore di ripresa e giornalista pubblicista dal 2015.
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