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Campo

Magici!

In quel coro, quelle semplici parole, pulite, che non offendono nessuno, se non l’inaccettabile accanimento dialettico altrui nei confronti del popolo partenopeo, è racchiusa tutta la gioia di gente che non desidera altro che esserci:

“La capolista se ne va”, urlato a squarciagola, con le lacrime agli occhi, è un inno alla gioia, all’appartenenza ad un territorio, ad una identità, vera, sentita, indissolubile.

Napoli-Juventus finisce così, come meglio non poteva.

Il Napoli vola, per il momento, a più dieci sulla seconda.

La Juventus è temuta, da tutti, nonostante la sua bruttezza congenita. E l’approccio alla gara non sembra smentire i timori.

Lo schieramento bianconero sembra spregiudicato, sul campo lo è meno, ma i bianconeri nei primi minuti non danno l’impressione di essere sprovveduti.

Le squadre si temono, si percepisce in maniera palpabile.

Ma il pallino del gioco, il Napoli, lo strappa ben presto dai piedi degli uomini di Allegri.

Spalletti predica di servire Osimhen al centro perché sugli esterni c’è troppa densità, con Chiesa supportato da Danilo a destra, e Kostic supportato da Alex Sandro a sinistra.

Il tempo di organizzarsi, di smaltire la tensione accumulata, di bestemmiare per un fuorigioco inesistente fischiato ad Anguissa, e il Napoli è avanti.

Al 14° minuto McKennie si perde completamente la marcatura di Kwaratskhelia, Bremer quella di Osimhen. Il nigeriano insacca.

La partita resta viva, aperta. La Juventus dà tracce di vita, un Di Maria, fragile e vulnerabile, accarezza la palla su regalo di Rrahmani e prende in pieno l’incrocio.

Il brivido c’è. Il pareggio no.

Lobotka piano piano sale in cattedra, per farsi vedere da tutti i suoi compagni, non certo per colmare la sua altezza striminzita.

Al minuto 39° Bremer svirgola clamorosamente su pressione di uno scatenato Osimhen, braccato anche da Danilo che abbandona Kwaratskhelia.

Il georgiano, magistralmente servito dal compagno, raddoppia.

Il Maradona sogna. Davanti alla tv si sogna. Lo stadio è una bolgia. In città si odono urla e fuochi d’artificio.

I napoletani sono ovunque, sparsi, distanti, ma li unisce una magia incredibile e unica.

Ma gli animi di tutti non hanno nel proprio destino il rilassamento.

Passano appena tre minuti e la Juventus accorcia.

Bella azione juventina, goffo intervento di Kim, immediata sponda di Milik e Di Maria insacca.

La consapevolezza di forza non abbandona il Napoli, nemmeno quando a tempo scaduto Meret compie un autentico miracolo su tentativo di autogol di Rrahmani.

Si va al riposo e ad inizio secondo tempo Elmas e non Lozano al posto di Politano è una notizia.

Di Maria pennella dagli angoli, il gioco resta maschio, tollerato, comunque, da un Doveri che fa il suo dovere.

Al minuto 53° Osimhen sguscia sulla destra stile Marassi, sovrasta Bremer ma spara su Szczesny lasciando a bocca asciutta uno Zielinski che attendeva, solo, di ricevere palla.

Al minuto 55° Rrahmani sigla il terzo gol e cancella dalla mente di tutti un primo tempo personale abbastanza discutibile.

La Juve in difesa è un disastro. Gli avanti del Napoli sgusciano da tutte le parti.

Gli uomini di Spalletti potrebbero dilagare in più occasioni ma, talvolta, sono leziosi.

Kvara sbaglia per superficialità l’ennesima occasione per il poker, l’azione sembra archiviata ma, dal nulla, si vede sfrecciare Mario Rui che pressa fino alla pista di atletica, Kvara recupera palla e pennella sulla testa di Osimhen che la butta dentro.

I nervi finalmente si rilassano, le gambe si sciolgono, le giocate azzurre trasudano di entusiasmo.

Elmas vuole salire anch’egli sul carro dei marcatori, ubriaca per l’ennesima volta i centrali juventini e la manita è completa.

A fine gara, in un Maradona emozionato e festante, lo ricorda anche Edo De Laurentiis alla tv.

Con il bianco e nero che è ormai preistoria.

About author

Guido Gaglione è docente di arte e immagine, operatore di ripresa e giornalista pubblicista dal 2015.
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